Etica e virtù
4 maggio 2020

C’è una cultura egemonica oggi, è la cultura individualista che impatta su ciascuno di noi e ci influenza. Essa è talmente forte che è il regista spesso invisibile delle nostre attività e comportamenti, guida i nostri pensieri, forma e indirizza i nostri sentimenti e arriva anche a toccare gli obiettivi di autorealizzazione che ci diamo, che diventano quasi “pre-confezionati”, perché portati da fuori a dentro la persona piuttosto che essere la risposta più naturale, vera e autentica al nostro desiderio di esprimere e realizzare il nostro vero sé, il nostro più profondo io. Dentro questa cultura, specchio di una società definita da autorevoli autori come “liquida” e conseguenza diretta di una crisi relazionale seguita ad una crisi della leadership, di autorevolezza, di mancanza di idee e ideologie forti, ci sentiamo esseri soli e ci vediamo fragili, mancanti, bisognosi, perché ci siamo isolati. Abbiamo pensato di rispondere a questa crisi con l’individualismo, con un ripiegamento su noi stessi, con un’eccessiva esaltazione dell’IO, con un’ostentata affermazione della nostra indipendenza e con una rinuncia (talvolta inconsapevole ma concreta nei suoi negativi effetti pratici) alle relazioni, di ogni tipo, anche e soprattutto a quelle sane, autentiche, di confronto e scambio umano, di crescita e sostegno, di condivisione e cooperazione. La sostituzione è stata falsa e fallace. La fragilità relazionale è diventata fragilità esistenziale e, pur volendolo, oggi siamo sempre meno competenti nel creare relazioni forti del tipo di cui sopra, nel trasformare e rilanciare le relazioni deboli di cui siamo sempre più spesso co-creatori e co-protagonisti, nel lasciarci guidare dal desiderio di “andare verso” più che dal bisogno di attrarre o dalla paura di fuggire via da, perché abbiamo smesso di allenarci a ciò tempo fa o quanto meno non siamo riusciti a farlo con sistematicità e costanza. Eppure noi soli non possiamo stare, perché non esiste una solitudine perfetta, è la nostra stessa essenza umana che ci chiede di essere assecondata, ascoltata e soddisfatta, se vogliamo essere felici e sentirci pienamente realizzati. Così, abbiamo capito che più che allontanarci dalla paura della dipendenza, desideriamo ri-avvicinarci gli uni agli altri per vivere una sana interdipendenza. Perché noi esseri umani siamo esseri “in” e “con” sempre, siamo nati da relazioni, siamo sopravvissuti grazie a vitali relazioni con i nostri care-givers e ogni giorno, nella nostra vita, cresciamo, ci sviluppiamo e ci individuiamo grazie alle relazioni e dentro le relazioni. Ecco dunque che il collettivo, il senso di appartenenza, il lavorare insieme per il raggiungimento del bene comune, il pensarci come NOI non solo smette di essere una minaccia alla nostra individualità, unicità, originalità e autonomia/libertà ma diviene una possibilità concreta di elevazione dell’individuo, di quel nostro IO troppo a lungo mortificato e represso nel suo potenziale relazionale e di sviluppo. Tornare a sentire nuovamente quel NOI, proprio come quando eravamo bambini e ci davamo agli altri e alle nuove esperienze senza paura, in ogni ambito e contesto di vita da noi frequentato, diventa la soluzione più naturale, valida ed efficace per tornare a vivere la pienezza del nostro essere, e quindi per tornare a sentire e a vivere la pienezza della nostra vita e della vita in genere. Diventare costruttori di relazioni forti necessita di un’autocoscienza permanente, perché “il vero cambiamento avviene quando arrivo a vedere ciò che è”, quando so chi sono e ciò che faccio, quando mi rendo conto che molto di ciò che non mi piace degli altri e della cultura e della società ce l’ho in me. Serve tanto amore verso se stessi, oltre che verso gli altri, per guardarsi dentro e indietro con autenticità, serve coraggio per intraprendere questo nuovo cammino, serve creatività per avviare e mantenere nel tempo questo nuovo allenamento intenzionale che ci porti a comportarci in futuro in modo diverso e più funzionale, nella direzione della ricerca di un “benessere etico” che coinvolga e soddisfi tutti. Quando scopriamo che siamo realmente interconnessi gli uni agli altri siamo anche più disposti ad ammettere senza esitazione che la nostra felicità deriva dalla felicità dell’altro e dal modo in cui noi sapremo contribuire a crearla esprimendo tutto il nostro potenziale positivo. Questo dà senso e significato alla nostra vita e risponde al nostro desiderio di “trovare un forte perché” con cui nutrire la nostra opera quotidiana, affrontare i momenti di disorientamento, superare le difficoltà e le nostre paure, accogliere e valorizzare le passate ferite relazionali che ancora oggi sanguinano. Per cambiare occorre prima assumere il cambiamento e poi allenarsi. Ma la fatica relazionale vale ancora e sempre l'impresa. Perché il TU e il NOI viene sempre prima dell’IO, è la condizione della sua stessa esistenza.

MODALITÀ DELL’ATTIVITÀ LABORATORIALE

Grazie al metodo del coaching umanistico (ideato da Luca Stanchieri, fondatore della Scuola di Coaching Umanistico), agli spunti offertici dalla psicologia positiva e dalla filosofia umanistica renderemo “caldo e pratico” quel pensiero filosofico delle menti illuminate di alcuni pensatori del nostro passato e avvalendoci di strumenti pratici, attività esperienziali di gruppo e momenti di lavoro individuale affronteremo il cruciale tema delle relazioni, da cui tanto dipende l’infelicità e la felicità di noi esseri umani, per individuare come riportare alla luce quel potenziale relazionale presente in ognuno di noi e troppo spesso schiacciato, represso o male espresso, per cultura, scelta, incompetenza, immaturità. Con il fine ultimo di conoscerci meglio e se possibile, di migliorarci un po’.

TEMI:

  • La cultura alla base delle relazioni forti e delle relazioni deboli
  • Strategie di superamento delle ferite relazionali
  • Dalla cura di sé al dono di sé
  • Individuare e liberare il proprio potenziale relazionale
  • Pensare in termini di bene comune
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TANIA PETRICCIONE

Sangue partenopeo e barese nel cuore. Dopo la laurea cum laude in Economia e Commercio e un primo lavoro in Eventi e PR, da Bari prende il volo e approda a Milano, dove frequenta un Master in Marketing e Comunicazione d’Impresa e per oltre dieci anni coltiva la sua passione nell’ambito della Pubblicità, in un’agenzia internazionale. In quella città così propulsiva e stimolante, che le ha dato modo di relazionarsi come professionista e come persona con una varietà di mondi imprenditoriali e umani, accoglie poi un’importante “chiamata” e, dopo un intenso e desiderato percorso di crescita personale e di formazione specialistica, abbraccia per vocazione il metodo del coaching umanistico (ideato da Luca Stanchieri, saggista e scrittore, psicologo e coach, fondatore della Scuola di Coaching Umanistico). Dopo 15 anni di vita meneghina, si riavvicina al mare, nella felice veste di moglie, di Coach Umanista e di Orientatore con cui allena alla felicità adulti, organizzazioni e adolescenti, avvalendosi nei percorsi con questi ultimi del metodo di orientamento vocazionale (aiutandoli a elaborare, individuare e avviare un proprio progetto di vita che sia autorealizzante e che metta insieme potenzialità, attitudini, desideri e passioni del ragazzo). La frase che la guida nella vita: “Questa vita è la grande opportunità che ci viene offerta per essere felici e per rendere felici gli altri, facendo leva su ciò che di più bello siamo”. Attività da lei svolte nel campo della crescita e sviluppo personale e organizzativo: percorsi di Coaching individuali, con privati (adulti, adolescenti, genitori e coppie) e per aziende (con manager); laboratori di Coaching di gruppo (per lo sviluppo delle competenze di vita -individuali, relazionali e lavorative-); percorsi di Orientamento Vocazionale (nelle Scuole); laboratori di Coaching-formativo (su soft skills e tematiche relative a relazioni, comunicazione, leadership positiva, vocazione, valori, potenzialità di specie e individuali, autorealizzazione, talento umanista).